A chi di noi non è mai capitato di sentirsi fischiare le orecchie?

Un po’ a tutti, naturalmente, e le nostre nonne ci hanno sempre detto di non preoccuparci.

Spinte dall’antica saggezza, le nostre nonne erano convinte che quando si avverte un ronzio ad un orecchio, ci si trova sulla lingua di qualcuno: in soldoni qualcuno sta parlando di noi proprio in quell’istante.

Più precisamente, secondo la credenza popolare, se il ronzio si avverte nell’orecchio destro, allora la chiacchiera è a fin di bene, mentre se è l’orecchio sinistro a fischiare ci si deve cautelare perché qualcuno sta parlando male.

Una reazione fisica del corpo veniva quindi caricata di un significato distintivo e interpretata come un segno che è in grado di indicare qualcosa di cui possiamo essere consapevoli solo mediante particolari segni.

E a questa credenza era legata anche la “cura: si chiede alla persona che si trova accanto a noi di dire un numero a caso e facendo il conto questo numero corrisponderà ad una lettera dell’alfabeto. Facendo questo rapporto e questo calcolo si può scoprire l’iniziale della persona in questione e magari provare a capire di chi si tratta. In questo modo anche il fischio dovrebbe passare immediatamente.

Come abbiamo premesso, sono solo leggende a cui si può credere o meno, ma scientificamente di che cosa si tratta? Cosa ci provoca questo fischio che può diventare in casi estremi anche molto fastidioso?

Innanzitutto cominciamo col dir che i medici usano il termine “acufene” per indicare la situazione in cui viene percepito un rumore in una o in entrambe le orecchie, oppure nella testa, anche se dall’esterno non proviene alcun suono.

Circa 2.5-5 milioni di italiani convivono con l’acufene, ma il disturbo ha caratteristiche diverse e soprattutto cause differenti a seconda del paziente.

Gli acufeni persistenti hanno durata superiore a tre-sei mesi e interessano il 10% circa della popolazione generale, con più frequenza nel sesso maschile e con incidenza che aumenta con il progredire dell’età.

Fischio o ronzii nell’orecchio hanno spesso carattere di tipo soggettivo, ovvero sono avvertiti solo da chi ne soffre, ma non mancano i casi di acufene oggettivo, ovvero rumori avvertibili anche da un tecnico esterno.

Soprattutto quando si parla di persone in là con l’età, nel 90% dei casi gli acufeni sono associati a qualche forma di perdita uditiva, anche di modesta entità o limitata solo ad alcune frequenze. Al contrario, fortunatamente, non tutte le persone con deficit uditivi hanno acufeni.

A volte anche l’accumulo di cerume nell’orecchio può causare l’acufene: per fortuna questo è il caso con la soluzione più semplice, risolvendosi il problema con la semplice rimozione del “tappo” di cerume.

Talvolta l’insorgenza dell’acufene può essere associata ad un’otite, cioè un’infezione dell’orecchio. Anche se questa viene risolta, il sintomo può comunque perdurare nel tempo.

Il fischio potrebbe essere dovuto anche ai muscoli interni, lo stapedio e il muscolo tensore del timpano, che si contraggono per mantenere tesa la membrana timpanica e quindi smorzare le vibrazioni prima che raggiungano la parte più delicata dell’orecchio. A volte però i muscoli si contraggono per spasmi involontari, soprattutto per effetto dello stress, ed ecco comparire i fastidiosi ronzii.

A sorpresa, anche gli stessi farmaci, nell’intento di curare una determinata patologia, possono scatenare i ronzii: esistono infatti più di duecento farmaci che annoverano fra gli effetti indesiderati la comparsa dell’acufene. Fra questi ci sono alcune classi di antibiotici, diuretici, antidepressivi  e perfino l’aspirina se assunta a dosi molto alte.

Possono essere causa di acufene difetti vascolari come aneurismi (dilatazioni) o stenosi (restringimenti) di un’arteria nelle immediate vicinanze dell’orecchio, ma anche problemi legati dell’articolazione temporo-mandibolare.

L’articolazione della mandibola si trova in una posizione prossima a quella dell’orecchio. Se per qualche motivo la funzionalità articolare viene compromessa, il movimento diverrà rumoroso e questo si tradurrà nello sviluppo dell’acufene.

A quanto citato finora si aggiungono ulteriori probabili elementi di rischio quali: obesità, ansia, fumo, alcol e familiarità con la malattia.

Per arrivare ad una diagnosi, i pazienti vengono sottoposti a un’accurata indagine uditiva. Il medico specialista audiologo o otorinolaringoiatra prima presterà particolare attenzione all’esame otoscopico dell’orecchio poi, dopo aver proceduto all’esame di base audiometrico e impedenzometrico e ad alcuni test acufenometrici, effettuerà una valutazione del distretto cranio-cervicale e mandibolare.

Naturalmente la cura per il ronzio alle orecchie è possibile solo quando si identifica la causa scatenante. Se così non fosse, i farmaci mirano esclusivamente ad alleviare il ronzio: antipertensivi, antibiotici in caso d’infezione o antidepressivi.

Nei casi in cui non si riesce a scovare la causa, e quindi a diminuire il fastidio, si tenta di indurre una sorta di abitudine nel soggetto, «educandolo» a non sentire più i fastidiosi rumori oppure si ricorre al mascheramento sonoro tramite altri suoni ambientali o dispositivi che emettono rumore a frequenza costante.

La tecnica più usata è la TRT (Tinnitus Retraining Therapy), una terapia di desensibilizzazione che si basa sull’allenamento dell’apparato uditivo e del cervello. La terapia, di solito, ha una durata che varia tra i 6 e i 18 mesi, trascorsi i quali l’acufene è quasi sempre del tutto scomparso o comunque molto meglio tollerato.

Può infine capitare che, in una piccola percentuale dei casi, invece, l’acufene si ripercuote gravemente sulla vita del paziente, soprattutto per quelli continui e di grande intensità, a cui proprio non si riesce ad abituarsi.

Ecco perché, come in tutte le patologie, fondamentale è la prevenzione, che nel caso dell’acufene consiste semplicemente nel limitare il più possibile l’esposizione a rumori troppo intensi.

foto@Pixabay

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